lunedì 5 agosto 2013

ESSERE SCHIAVI DI UN CLICK: QUANDO INTERNET DIVENTA DIPENDENZA


Internet è uno strumento che ha rivoluzionato il mondo e la conoscenza, ma anche i modi di vivere le relazioni interpersonali.
E' uno strumento dotato di molteplici potenzialità, tuttavia talvolta può portare a una vera e propria dipendenza!

Quando si parla di "dipendenza da Internet"?

Internet può essere utilizzato per differenti scopi, tra i quali anche il gioco d'azzardo, la pornografia... in questo caso però non si tratta di vera e propria dipendenza da Internet, ma di dipendenze "tradizionali" che si avvalgono di Internet soltanto come canale di fruizione (ad esempio: la dipendenza da gioco on line ha le medesime caratteristiche della dipendenza da gioco "tradizonale", ciò che cambia è il  mezzo impiegato, ovvero la Rete).

Si parla invece di "dipendenza da Internet" quando il web viene utilizzato per svolgere azioni in modo smisurato e incontrollato: ad esempio controllare la mail ogni 5 minuti, aggiornare il proprio blog continuamente o postare contenuti su un social network in modo ripetitivo...


Può capitare addirittura di svegliarsi la notte per agire questi comportamenti o di sentirsi persi senza connessione o in caso si rompa il computer.

L'individuo finisce così per isolarsi ancora di più dal mondo reale e far fatica a scindere realtà vistuale e non virtuale.

Spesso chi sviluppa un disturbo da dipendenza da Internet non ne percepisce il disagio e per questo motivo non ritiene di aver bisogno di aiuto.

Chi sviluppa dipendenza da Internet?
  • Spesso è correlata a una depressione o a difficoltà nella sfera relazionale vis a vis, per cui si ricorre a una modalità (ad esempio quella della chat) dove è possibile mantenere l'anonimanto o addirittura costruirsi una diversa identità o un avatar che possiede le caratteristiche desiderate... 
  • I soggetti più a rischio hanno tra i 15 e i 40 anni, possiedono una buona conoscenza informatica, spesso hanno problemi psicologici/psichiatrici o familiari che sono preesistenti allo sviluppo della dipendenza.
  • Spesso sono persone sole, insoddisfatte della propria vita, insicure, con socialità limitata e sovente con altre dipendenze... 

Come si sviluppa la dipendenza da Internet?
Si possono individuare 2 fasi:
  • Fase Tossicofila: aumentano le ore di collegamento a Internet, diminuiscono le ore di sonno, mail e siti preferiti vengono controllati ripeturamente, si entra a far parte di numerose chat/forum di discussione..., si pensa spesso a contenuti della Rete quando si è offline.
  • Fase Tossicomanica: collegamenti a Internet così prolungati da compromettere in modo significativo la vita sociale, sentimentale e lavorativa.  
Quali sintomi? 
La persona pià sviluppare ansia, insonnia, alterazione del ritrmo sonno-veglia, alterata percezione temporale, percezione di sè distorta, disturbi di personalità, difficoltà relazionali, scarso controllo del tempo trascorso nel web.

L'accesso a Internet è sempre più frequente e occupa sempre maggiore tempo. Vi è un vero e proprio impuslo ad agire senza riuscire a smettere. 

Emerge anche una sorta di sindrome da astinenza quando non è possibile utilizzare il mezzo tecnologico secondo le proprie abitudini, caratterizzata da ansia, agtazione psicomotoria, pensieri ossessivi circa quanto può accadere in Rete, sogni o fantasie su Internet...

Come farvi fronte?
E' importante riuscire a cogliere i segnali di dipendenza, quando si sta facendo un uso eccessivo di Internet al punto da distoglierci da altre attività e diventare un "pensiero fisso".
Cercare di gestire il tempo e dedicarsi ad altre attività ricreative.

E' fondamentale non ricorrere a soluzioni drastiche, ma graduali. 
Ad esempio, non risulta funzionale eliminare il proprio account da un social network da un giorno all'altro, privandosi così anche degli aspetti positivi del web, poichè ciò comporterebbe rabbia e frustrazione.
E' preferibile darsi dei tempi circoscritti per lo svago in Internet, per esempio durante una pausa temporalmente definita da una durata, da un inizio e una fine!

Ciò può aiutare pian piano a uscire dall'abitudine di accedere in modo ripetuto alla Rete.

E' però importante non "navigare in superficie", ma andare più a fondo attraverso un percorso psicologico che aiuti a individuare e approfondire quali siano i meccanismi e i bisogni personali e relazionali che portano a sviluppare una dipendenza da Internet, per poi farvi fronte.

Dott.ssa Nicoletta Bassani



Desideri approfondire l'argomento?
Ecco un interessante libro che coniuga l'approfondimento teorico con un taglio divertente:
"Internauti o intronauti?!" Un approccio umoristico ai rischi dell'abuso di internet -
di Lorenzo Recanatini e Claudia Gennarelli.


martedì 23 luglio 2013

QUANDO LO SPORT DIVENTA DIPENDENZA


Lo sport è da sempre considerato veicolo di benessere e viene praticato fin da bambini proprio perchè "fa bene al corpo e allo spirito".
Esiste però una categoria di persone, gli “sport addicted”, che sviluppano una vera e propria dipendenza dallo sport.

Come capire quando lo sport si trasforma in dipendenza?

La dipendenza non si misura in termini quantitativi, quindi per capire se siamo in presenza di una dipendenza da sport non è sufficiente contare le ore spese nell’esercizio fisico, ma è necessario porre attenzione alla dimensione psicologica, ai vissuti emotivi e motivazionali associati al fare sport.



Quali sono i campanelli di allarme?
  • La pratica sportiva diventa l’unico momento della giornata in cui ci si sente davvero attivi, mentre le altre attività e la propria esistenza in generale vengono percepite come  “vuote” e prive di significato
  • Ogni momento libera viene dedicato allo sport e si rinuncia ad altre occasioni sociali, quali uscire con gli amici, isolandosi sempre di più.
  • Si compiono scelte sulla base della possibilità di svolgere attività fisica: ad esempio scegliere una casa o una sede di lavoro vicine al luogo di allenamento.
  • Dopo 24/36 di mancata attività fisica può emergere una crisi di astinenza.

Quali sono le emozioni associate alla dipendenza da sport?
  • Soddisfazione ed emozioni positive dopo aver terminato l’esercizio sportivo. Una volta esaurito tale effetto positivo subentra un nuovo impulso a fare sport.
  • Tristezza o senso di colpa quando non si riesce a praticare l’attività sportiva in programma.
  • Rabbia e aggressività verso le situazioni o le persone considerate ostacolanti la possibilità di fare sport.
Come farvi fronte? 
 Alcuni accorgimenti che possono essere di aiuto per gestire il problema, sono:
  •  Definire la durata dell’allenamento 
  •  Variare l’orario in cui si fa sport in modo da rompere la routine
  •  Organizzare il tempo libero con altre attività, per non riempirlo unicamente facendo sport 
  •  Allenarsi con altre persone, poiché consente di adeguare i ritmi e tempi a quelli altrui e spostare il focus dalla prestazione fisica alla dimensione relazionale
  • Diversificare gli sport da praticare
  • Ridurre gradualmente l’impegno fisico.
E’ tuttavia importante non soffermarsi soltanto in superficie, ma andare a fondo al problema per capire da dove arriva e come affrontarlo.
Un percorso di sostegno psicologico può quindi aiutare sia a gestire gli aspetti concreti e quotidiani, sia a capire quali sono le radici profonde, i bisogni e i vissuti emotivi che hanno portato all’insorgere della dipendenza da sport per poterli elaborare.


Dott.ssa Nicoletta Bassani

martedì 4 giugno 2013

QUANDO LO SHOPPING DIVENTA DIPENDENZA


La dipendenza dagli acquisti, definita anche shopping compulsivo, è un disturbo psicologico e comportamentale caratterizzato dalla tendenza a manifestare continui ed improvvisi bisogni irrefrenabili di acquisto  e connotato da peculiari caratteristiche che lo distinguono dalla “normale” mania di comprare tipica anche del diffuso atteggiamento consumistico proprio della nostra società moderna.
Siamo in presenza di un disturbo di dipendenza da shopping quando vengono soddisfatte tutte queste condizioni:

  •  gli acquisti si ripetono più volte in una settimana;

  • il denaro investito per lo shopping è eccessivo rispetto alle proprie possibilità economiche;
  • gli acquisti perdono la loro ragione d'essere: non importa che cosa si compri, se vestiti , libri, profumi, oggetti per la casa o alimenti; ciò che conta è comprare, soddisfare un bisogno irrefrenabile che spinge a entrare in un negozio e uscirne carichi di pacchi;
  • quando il bisogno di fare shopping non può essere soddisfatto, il mancato acquisto crea profonde crisi di ansia e frustrazione;
  • la dedizione agli acquisti compare come qualcosa di nuovo rispetto alle abitudini precedenti.
A differenza delle comuni attività di acquisto che possono rappresentare un momento di condivisione con il partner o gli amici, lo shopping patologico è un’attività che viene svolta prevalentemente da soli, una sorta di piacere privato.
Black (2007) distingue 4 diverse fasi attraverso cui si manifestano le condotte patologiche di acquisto: anticipation, preparation, shopping, spending.

  1. ANTICIPATION: la persona sviluppa un pensiero, un impulso, una preoccupazione relativa all’acquisto di un oggetto; questo momento è spesso preceduto da sentimenti depressivi, ansia, noia o autosvalutazione.
  2. PREPARATION: il soggetto organizza e prepara l’attività dello shopping individuando l’area o il negozio, gli oggetti da acquistare , la modalità di pagamento.
  3. SHOPPING: è caratterizzata dall’intensa eccitazione e gratificazione che il soggetto prova mentre sta acquistando.
  4. SPENDING: è la fase dell’acquisto. Questo momento è seguito spesso da sentimenti di depressione, vergogna  e colpa.

 MA..COSA NASCONDE LO SHOPPING COMPULSIVO?

  1. COMPULSIONE: è un comportamento ripetitivo (ad es. lavarsi continuamente le mani) o un atto mentale (ad es. ripetere continuamente delle parole o delle combinazioni di numeri) che ha l’obiettivo di contenere l’ansia. 
  2. ALLEVIARE LO STATO DEPRESSIVO: lo shopping compulsivo nasconde il bisogno di alleviare uno stato depressivo di cui non sempre il soggetto è consapevole. Molto spesso, la felicità dopo un acquisto, va a colmare un vuoto di relazioni, sentimenti negativi, poca autostima che il soggetto vive nella propria vita.
  3.   DIPENDENZA: c’è una somiglianza tra shopping compulsivo e dipendenza in senso generale. In ogni dipendenza ci sono vari fenomeni: carving-tolleranza-astinenza ossia in ordine l’incapacità di controllare l’impulso, il bisogno di aumentare sempre più le dosi e le crisi che si provano quando vi è l’impossibilità oggettiva di acquistare.
  4.  DIFFICOLTA’ A CONTROLLARE GLI IMPULSI: questa spinta incontrollabile all’acquisto viene definita “buying impulse” e viene descritta come una pervasiva tendenza distruttiva, creata da un bisogno urgente che preme per essere soddisfatto.

Una cosa importante è che lo shopping compulsivo causa problemi significativi quali stress, interferenze con il funzionamento sociale e lavorativo, disagi familiari e coniugali e gravi problemi finanziari. Inoltre, si riscontrano molto spesso sentimenti di colpa e vergogna in seguito all'acquisto di oggetti che, il più delle volte, vengono nascosti al resto della famiglia oppure messi da parte, regalati o buttati via.
Si innesca così un circolo vizioso: il disagio fa affiorare nuovamente il bisogno di un nuovo acquisto. Anche se il suo armadio è strapieno di cose - che forse non userà mai- lo shopper si sente "svuotato" e sente nuovamente crescere l'impulso ad acquistare di nuovo.
COSA SI PUO’ FARE DA SOLO PER RIPRENDERE IL CONTROLLO?
lascia a casa la carta di credito: se vai a fare shopping, porta con te solo i contanti che hai nel portafoglio. Così controllerai meglio le tue spese.
stabilisci un budget: leggi i tuoi estratti conto, consulta regolarmente i tuoi conti su Internet e impara a gestire meglio i tuoi soldi prevedendo una somma da spendere per lo shopping, senza mai superarla.
poniti delle domande prima di comprare: ho davvero bisogno? Ci sono altre spese che hanno la precedenza? Affitto, bollette del telefono? Mi sentirò davvero meglio dopo questo acquisto?
• tieni un diario dei tuoi acquisti da aggiornare scrupolosamente. Se ti rendi conto che hai comprato cose inutili, prova a capire perché.
• fai un bilancio: apri l’armadio e fai un bilancio. Rifletti un pò...
provaci: esci a fare un giro per negozi senza soldi né carta di credito, ma per il semplice piacere di rifarti gli occhi. Se vedi qualcosa che ti soddisfa aspetta alcuni giorni per capire se questo oggetto ti manca realmente o se il desiderio è passato.
QUANDO TUTTO CIO’ NON BASTA…
Non sempre questi piccoli consigli fai da te servono per risolvere il problema, proprio perché come spiegato sopra tale comportamento è solo la punta di un iceberg di malessere molto più profondo.
Liberarsi dalla dipendenza da shopping si può, come da ogni altra forma di dipendenza, con una terapia che tenga sotto controllo i comportamenti problematici e li riduca nel tempo fino a farli scomparire, attraverso la comprensione dei significati soggettivi e molteplici del sintomo, tentativo disadattivo di dar voce a un profondo malessere.

Dott.ssa Laura Prada

martedì 28 maggio 2013

COS'E' LA DEPRESSIONE POSTPARTUM

L’arrivo di un bambino viene considerato nell’immaginario sociale come un momento in cui bisogna essere sempre felici… perché allora può capitare che la neomamma si senta triste, nervosa, pianga facilmente…?

Dopo il parto può capitare che vi siano delle alterazioni dell’umore da parte della donna che è appena diventata mamma, a volte si tratta di baby blues,  altre volte di vera e propria depressione.


Cosa significa “baby blues”?

Il “baby blues” o “maternity blues” è  la più comune sindrome del puerperio: consiste in un periodo di alterazione emotiva di lieve entità che insorge dopo il parto e può durare alcuni giorni o alcune settimane. E’ dovuto principalmente ai cambiamenti nel livello ormonale, a cui si aggiungono fattori stressogeni quali la stanchezza psicofisica connessa al parto e i cambiamenti che avvengono nel proprio contesto sociale di appartenenza e circa la propria quotidianità.



Il baby blues presenta sintomi analoghi a quelli della depressione postpartum: tristezza, nervosismo, sbalzi d’umore, pianto, ansia…

La differenza è che si caratterizza per una remissione spontanea.

E’ importante però che la donna e la sua rete di riferimento conosca tale manifestazione sintomatica, in modo da affrontarla al meglio.



Quando si parla invece di depressione postpartum?

Con “depressione postpartum” si intende un vero e proprio disturbo depressivo, che si colloca temporalmente proprio nel postpartum, può essere connotato da diversi livelli di gravità e riguarda circa l’11-13% delle donne.



Quali sono i principali sintomi della depressione postpartum?

Innanzitutto è importante considerare che vi è un ampia casistica di sintomi e non è necessario che siano tutti presenti per parlare di depressione postpartum. Inoltre, il quadro sintomatico deve determinare un certo grado di compromissione del funzionamento globale della donna.

Una donnna potrebbe quindi mostrare:

  • Umore depresso, tristezza, pessimismo
  • Pianto persistente e immotivato
  •  Irritabilità 
  •  Senso di solitudine e di disperazione (può capitare di sentirsi sole anche se “oggettivamente” non lo si è, ma si hanno più persone vicine)
  • Disinteresse in varie attività
  • Affaticamento e mancanza di energie
  • Agitazione o rallentamento psicomotorio
  • Scarsa capacità di concentrazione, difficoltà nel prendere decisioni (anche decisioni quotidiane o legate alla cura del neonato)
  • Ansia
  • Autosvalutazione, bassa autostima, sensi di colpa, senso di inadeguatezza (per esempio rispetto al proprio ruolo genitoriale e alle competenze come madre)



Quali eventi stressogeni possono aumentare il rischio di depressione postpartum?

Si parla di “fattori di rischio”, ovvero condizioni che potrebbero aumentare la vulnerabilità rispetto alla depressione post partum:


  • Fattori biologici: cambiamenti ormonali e fisici correlati al parto
  • Fattori ostetrico-ginecologici: complicanze in gravidanza o nel postpartum, storia personale di pluriabortività, difficoltà circa l’allattamento… E’importante tenere presente che non si tratta di una relazione cuasa-effetto per cui se una donna vive una di tali esperienze, allora svilupperà la depressione postpartum. Una determinante importante è il vissuto soggettivo, il significato emotivo e personale che la donna attribuisce a tali eventi; questo spiega perché donne che hanno vissuto eventi simili, mostrano un vissuto emotivo differente.
  • Fattori psicologici: giocano un ruolo importante. Per esempio, una donna che ha una storia personale o familiare di disturbi psicologici sarà più vulnerabile rispetto ad eventuali esiti depressivi. Un fattore determinante è costituito dalla personalità della donna: una persona con alta autostima, tendenza all’ottimismo e buone capacità di coping (si tratta di quelle capacità che ci consentono di affrontare con efficacia anche le situazioni più avverse), sarà meno a rischio di vissuti depressivi.
  • Fattori sociali: recenti eventi di vita stressanti (lutti, malattie, trasferimenti, difficoltà economiche…), difficoltà nel rapporto di coppia, scarso supporto emotivo e concreto dalle persone vicine (spesso ciò che conta non è l’aiuto ricevuto in termini oggettivi, ma il vissuto personale della donna rispetto a quanto si sente o meno supportati).


Quali fattori possono diminuire la probabilità di sviluppare una depressione postpartum?

Esistono dei fattori “di protezione”, che si intersecano con i fattori di rischio e possono ridurre la vulnerabilità rispetto  all’emergere della depressione postpartum, quali:

  • Supporto da parte delle persone vicine (parenti, amici…) o, comunque, la percezione di essere sufficientemente aiutate sia a livello concreto sia a livello emotivo 
  • Relazione stabile e positiva con il partner 
  • Buona condizione lavorativa, economica 
  • Buona autostima, ottimismo, buona capacità di far fronte agli eventi (anche a quelli stressanti)


Cosa fare se si dovessero riscontrare i sintomi di una depressione postpartum?

A volte capita che la donna non si renda completamente conto delle difficoltà emotive che sta affrontando, è proprio per questo che la rete di riferimento gioca un ruolo importante, per porsi come fattore di protezione e di aiuto.

Innanzitutto è importante accogliere tutti i vissuti della donna, anche quelli negativi, affinchè senta di potersi esprimere liberamente, senza correre il rischio di essere giudicata e trasmettendo la sensazione che non è l’unica a provare quei vissuti in un periodo così delicato.

Inoltre, è fondamentale aiutarla anche a livello concreto.



Tuttavia è importante anche rivolgersi a uno specialista, a uno psicologo, in modo da avere uno spazio e un tempo dedicato ad affrontare questi temi e capire il percorso di supporto che meglio possa aiutare la donna.  Altrimenti , è possibile compiere un primo passaggio rivolgendosi al proprio medico, così da essere indirizzati verso una struttura o un professionista.

E’ però importante farsi aiutare, poiché una depressione postapartum non trattata può avere ricadute sul piano individuale per la donna e a livello diadico e familiare rispetto alle interazioni mamma-bambino e alla relazione con il partner.

Dott.ssa Nicoletta Bassani